Gianpiero D'Alia

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D’Alia: «Cambiare assessore non è sufficiente occorre inserire Ncd»

Schermata-08-2456516-alle-12.14.16-173x300Pubblichiamo l’intervista di Lillo Miceli a Gianpiero D’Alia per ill quotidiano La Sicilia. 

PALERMO. «Siamo ad uno snodo delicatissimo e complicatissimo da cui dipende il futuro del governo e della maggioranza». Ma per il presidente nazionale dell’Udc, Gianpiero D’Alia, la Regione può tirarsi fuori dal pantano, «se si riuscirà a creare una sinergia tra il Piano per il Mezzogiorno che il governo Renzi sta elaborando ed in cui la Sicilia dovrebbe avere un ruolo da protagonista; ad utilizzare i fondi della programmazione europea, 2014-2020, per attrarre investimenti; e a fare le necessarie riforme con la legge di stabilità».  Continua a leggere


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D’Alia: necessarie misure impopolari per affrontare l’ emergenza finanziaria

1giampierL’intervista di Lillo Miceli a Gianpiero D’Alia pubblicata su La Sicilia di oggi. 

PALERMO. «Adottare anche misure impopolari per affrontare l’ emergenza finanziaria della Regione». Per Gianpiero D’ Alia, presidente nazionale dell’ Udc, non c’ è tempo da perdere. «Nessuna delle forze politiche presenti all’ Ars, tranne i grillini, può chiamarsi fuori, essendo state tutte al governo negli ultimi vent’ anni. Bisogna mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità». Continua a leggere


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Rovinati dai “Canciabannera”!

imagesPubblichiamo l’intervista rilasciata da Gianpiero D’Alia a Daniele De Joannon per il settimanale “Centonove”

MESSINA. Per lui, il problema non è tanto Crocetta, «quanto una politica che in Sicilia, da venti anni, si basa sui cambi di casacca». È un fiume in piena, Gianpiero D’ Alia, deputato nazionale, presidente dell’ Udc e ormai volto “giovane” e consolidato dei centristi siciliani e italiani.

D’Alia, lei ha espresso soddisfazione per la nomina di Jean-Claude Juncker a nuovo presidente della Commissione europea: a distanza di quasi due anni, è ancora soddisfatto per l’ elezione di Rosario Crocetta?

«Domanda di riserva?».

Di solito la chiede sempre il suo collega del Pd, Francantonio Genovese, quando non vuol rispondere…

«Guardi, mi sto toccando… A questo punto rispondo. Soddisfatto? È chiaro che si può fare di più e meglio, però se pensiamo che il problema sia legato al presidente siamo fuori strada. Il problema è l’ assenza di una maggioranza definita e coesa, una circostanza che rende più precaria la condizione del governo».

E questo da chi dipende?

«L’ errore politico commesso, più che da lui dai suoi consiglieri politici o presunti tali, ma non faccio nomi neanche sotto tortura, è di aver scelto non la strada di una responsabilizzazione dei due principali partner, Udc e Pd, ma quella delle maggioranze a geometrie variabili, affidamndosi a singoli parlamentari o a transumanze».

Un segnale sono anche lo sfaldamento del Megafono o la creazione di Articolo 4 da parte di Lino Leanza?

«Mi sembra di aver già risposto. Comunque, il problema della sicilia è che, dall’ inizio di questa legislatura a oggi, una buona parte dei parlamentari ha già cambiato gruppo e partito: questo è il vero cancro della politica siciliana. Il cambiar casacca è il problema delle istituzioni politiche ed è ciò che crea danni al governo Crocetta e che dà una patente di inaffidabilità alla Sicilia nel resto d’ Italia. Passiamo per poco credibili perché siamo pronti a cambiare con un soffio di vento. È la storia recente, a dirlo: pensiamo al ribaltone fatto nel 1998, che portò al governo Capodicasa, e alla transumanza di deputati che ci fu all’ epoca. E pensiamo, soprattutto alla presidenza di Raffaele Lombardo, nata col centrodestra e morta col centrosinistra. La storia dell’ ultimo ventennio è fatta di tante becere operazioni “milazziste”».

A chi sono utili?

«Ai singoli eletti che si garantiscono fette di elettorato attraverso una parte di spesa pubblica regionale. Ecco perché qualunque riforma reale viene paralizzata, perché si comprometterebbe la propria elezione. Crocetta, insomma, ha commesso l’ errore di continuare a fare ciò che ha caratterizzato il suo predecessore».

La via d’ uscita, secondo D’Alia?

«Un governo politico a tutto tondo, per fare in modo che i partiti non si chiamino fuori dalle questioni. Perché, sia chiaro, gli assessori esterni, pur indicati dai partiti, possono svincolarsi dalle responsabilità, attribuendosi solo i meriti e scaricando tutte le colpe su Crocetta se qualcosa va male. Se, ad esempio, il presidente avesse inserito in giunta il segretario regionale e il capogruppo dell’ Udc, nessuno del mio partito avrebbe potuto fare a meno di appoggiare provvedimenti relativi a riforme e spesa pubblica».

Insomma, sarebbe stato meglio se alle regionali il candidato governatore fosse stato lei…

«Beh, io non mi sono mai candidato, e quindi non posso giudicare dall’ esterno e cosa avrei potuto fare».

Maggioranza regionale: cosa pernsa dovrebbero fare i vostri alleati del Nuovo Centro Destra?

«Con Alfano abbiamo fatto le europee insieme, anche per costruire un nuovo soggetto politico. Mi auguro che si prosegua su questa strada, ma noto un assordante silenzio. In Sicilia, per rilanciare l’ azione di governo bisognava riempire la maggioranza non di singoli deputati ma di una forza politica responsabile come l’ Ncd. Anche se, per la verità, gli amici brillano per assenza politica».

Con Genovese del Pd in caduta libera, il pallino della politica messinese chi lo tiene in mano?

“Nel mio partito continiamo a lavorare, degli altri poco mi importa. Ciò che mi preoccupa di più è l’ assenza di una discussione seria su città metropolitana e liberi consorzi, che sono il futuro dell’ economia e dello sviluppo. Per questo ho chiesto agli assessori regionali Valenti e Torrisi di farsi promotori di iniziative sul tema a Messina. Perché gli altri si stanno organizzando, mentre noi siamo fermi al palo».

Cosa ne pensa del sindaco dello Stretto Renato Accorinti, dopo un anno di governo?

«Il mio giudizio non è positivo perché l’ unica cose di cui la città ha bisogno è una buona amministrazione. È troppo semplicistico, di fronte ai problemi, richiamarsi sempre alle eredità del passato. Adesso Accorinti è padrone delle proprie azioni e se, ad esempio, il servizio di igiene pubblica fa ancora schifo dopo un anno e mezzo, non può riportare sempre tutto sulla sindacatura Buzzanca».


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D’ Alia: «Bisogna unire i moderati che sono al governo»

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L’intervista del Presidente dell’Udc Gianpiero D’Alia pubblicata oggi sul Giornale di Sicilia.

di Giacinto Pipitone
Propone a livello nazionale «la creazione di un’ unica forza politica che metta insieme, dall’ Udc a Forza Italia, i partiti che si riconoscono nel Ppe». E per la Regione rilancia l’ idea di un allargamento della maggioranza al Nuovo Centrodestra «al posto di quelle aree che rappresentano piccoli e opachi interessi»: Gianpiero D’ Alia, leader dello Scudocrociato, prova a dare una prospettiva di medio periodo ai risultati elettorali.
Quale dev’ essere il progetto dei moderati?
«L’ unione fra Udc ed Ncd ha dato risultati positivi. Ora si deve andare avanti. Dobbiamo mettere insieme in un’ unica forza parlamentare tutti i gruppi di area moderata che si riconoscono nel Ppe e che si riconoscono nel governo. Così getteremo le basi per una nuova forza politica nazionale che non potrà prescindere dal dialogo con Forza Italia».
Cosa le fa pensare che funzionerebbe?
«Le elezioni ci hanno detto chiaramente che la gente è stanca di populismi e risse. Cerca invece affidabilità e stabilità per affrontare la crisi. Per questo ha premiato i partiti che si sono rinnovati, anche e soprattutto nei gruppi dirigenti, come il Pd e perfino la Lega e Fratelli d’ Italia. Il nostro risultato è stato positivo e Forza Italia non ha straperso ma eravamo tutti senza una leadership e con liste diverse: questo ha creato scompiglio. Ma Renzi non potrà continuare a interpretare la destra e la sinistra e per questo c’è bisogno di una forza popolare che nell’ottica di un bipolarismo sano si candidi alla guida del Paese. Tutto ciò non può essere evidente- mente riconducibile al vecchio centrodestra e alle sue vecchie alleanze».
E dunque?
«Poichè sono convinto che l’ area moderata valga il 30% nel Paese, il prossimo passo dobbiamo farlo alle elezioni che si svolgono in 7 Regioni fra un anno. Apriamo un tavolo in queste Regioni, mettiamo insieme le forze che si riconoscono nel Ppe, scegliamo i candidati con le primarie. E creiamo le basi per un unico grande partito popolare in Italia. Senza gli estremismi come la Lega e Fratelli d’ Italia».
Secondo lei questo è realizzabile anche in Sicilia, dove voi siete al governo e Alfano all’ opposizione?
«In Sicilia si vota fra 3 anni e mezzo. E comunque noi proponiamo da tempo di allargare la maggioranza ad Alfano. Crocetta è a un bivio, può andare avanti restando ostaggio delle piccole forze che cambiano continuamente maggioranza. O portare avanti le riforme. Se porta a casa la semplificazione amministrativa, la nuova programmazione dei fondi europei, un piano per risanare il bilancio e uno per il lavoro, può andare avanti altrimenti sarà difficile evitare il default».

Lei crede alle ipotesi di commissariamento o voto anticipato?
«Io credo che scaricare su Crocetta tutte le responsabilità sia eccessivo. E lo è anche tentare di farlo cadere per vie extraparlamentari. Ormai il rimpasto è fatto, anche se si è svolto in un contesto surreale. E guardano a come sono state composte le liste, con l’ ingresso di Articolo 4 in quella del Pd, mi sembra di poter dire che lo stesso Pd non possa chiedere di più visto che si rifanno a lui dieci dodicesimi della giunta. Ora pensiamo alle riforme».

 

 


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Nessun remake, a lavoro per una nuova offerta politica

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Sinceri e affettuosi auguri ad Angelino Alfano per la sua elezione a presidente del Nuovo Centrodestra, lavoreremo insieme per queste Europee, in cui rappresenteremo l’unica vera novità per gli elettori che credono nei valori del Ppe. Allo stesso tempo, però, dobbiamo essere consapevoli che questa aggregazione è utile, ma non sufficiente a interpretare la volontà di cambiamento che attendono tutti i moderati e i popolari italiani. Questo deve essere allora un primo passo verso una nuova offerta politica, costruita su regole chiare e pari dignità tra chi vi partecipa, con una classe dirigente rinnovata ed espressione del territorio. Non dunque un remake di quel passato costellato di errori che l’Udc per prima ha denunciato e che hanno reso per troppo tempo impossibile un’offerta politica credibile in campo moderato.

Gianpiero


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Per un’Europa più popolare

Schermata 04-2456758 alle 09.13.05L’articolo del Presidente dell’Udc Gianpiero D’Alia apparso sull’ultimo numero della rivista “Formiche”.

Segnare sul calendario con evidenziatore giallo: 25 maggio, la data che cambia l’Europa. E per i politici, da subito, inserire un post-it in ogni agenda o, per i più tecnologici, un alert sul proprio cellulare: bisogna spie- gare agli italiani che l’Europa si avvia alle elezioni più importanti della sua storia. Il passaggio politico che si appresta a vivere il nostro continente non avrà nulla di sconta- to. E non sbaglia chi dice che i cittadini degli Stati europei si troveranno davanti a un referendum. Non uno dei tanti con un quorum da raggiungere, ma il più doloroso, aggiungo io. Perché metterà tutti davanti a un bivio cruciale per il nostro futuro: Europa sì, Euro- pa no. Il grande sogno di Alcide De Gasperi, di Konrad Adenauer e di Robert Schuman rischia davvero di dissolversi. Questo perché alla crisi globale che ha investito da diversi anni ormai il nostro continente, con percentuali di povertà e disoccupazione record, si è contrapposta un’Europa divisa, debole nelle scelte e senza anima. Al deficit economico e sociale si è aggiunto dunque quello politico, in una sequela di errori che ha visto singoli o gruppetti di Stati prendere indigeribili decisioni per tutti, il rigore estremo trionfare sul buonsenso, i cittadini sempre più distanti da un’Europa che non appassiona e non scalda i cuori.

La risposta è stata ovunque, seppur in forme diverse di Stato in Stato, l’affidarsi al populismo e all’antipolitica. In Italia, ad esempio, si è consolidato il Movimento cinque stelle di Grillo: una risposta demagogica che si è rivelata totalmente priva di sostanza alla comprensibile irritazione dei cittadini verso il ceto politico. In altri Pae- si sono emersi fenomeni ancor più gravi e pericolosi: è il caso ad esempio della Grecia, nel quale è sorto e si è affermato Alba Dorata, movimento di matrice neonazista che per larghi tratti ha fatto temere l’esplosione sociale in quel Paese. Ecco allora il grande bivio che ci troveremo davanti: da una par- te un’Europa unita, coesa ed entusiasta, in grado di dimostrarsi competitiva su ogni ter- reno con le grandi potenze mondiali. Dall’al- tra invece un insieme indistinto di nazioni, ognuna con i propri problemi che non riesce a risolvere e con la rispettiva risposta popu- lista. Accomunate solo da obblighi cui adempiere e non da un progetto comune. È l’anticamera della dissoluzione dell’Ue: ognun per sé, senza paracadute per il salto nel buio più rischioso. Di fronte a un pericolo tanto grave, al rischio che l’antieuropeismo sempre più dilagante dilapidi i sacrifici degli ita- liani, la risposta più coerente che possiamo dare sta nell’affermazione dei valori comuni. I nostri, quelli dell’Udc, sono quelli del Partito popolare europeo, di cui siamo parte in- tegrante da sempre. Certo, è complicato es- sere popolari ed europeisti nel momento di massima crisi delle istituzioni e del modello continentale. E ancor più difficile è spiegare alle persone che un’altra Europa è possibile, e che dipende da ognuno di loro. Dal voto che daranno il 25 maggio.

Un’Unione nuova e diversa, che possa partire, ad esempio, dal superamento del modello burocratico e da uno slancio senza più remore verso la federazione politica, verso un nuovo protagonismo dei cittadini nelle scelte sovranazionali. Coraggio, coesione, attenzione agli oltre 500 milioni di cittadini che attendono risposte comuni a problemi comuni: con queste caratteristiche dobbiamo avviarci verso l’unico approdo possibile, gli Stati Uni- ti d’Europa. La gradualità, però, è d’obbligo: non possiamo pensare di arrivarci dalla sera alla mattina, di eliminare tutte le frizioni e i provincialismi di questi anni con un colpo di spugna. Dobbiamo recuperare prima di tutto due qualità: verità e solidarietà. Quella verità che deve portarci a dire ai cittadini che l’uscita dall’euro sarebbe una vera catastrofe, la morte degli Stati e il disastro per tutti, men- tre con grande realismo dobbiamo dire agli italiani che l’integrazione bancaria e fiscale, che la stabilizzazione del debito e del deficit sono scelte giuste e urgenti, senza le quali non supereremo mai la crisi. E poi quella solidarietà tra gli Stati che è a lungo mancata e vuol dire una nuova condivisione di sovra- nità con i nostri partner europei per una vera politica di crescita, orientata a risolvere le disuguaglianze sociali e a creare un argine alla disoccupazione giovanile, a dare risposte comuni su temi centrali per lo sviluppo europeo come l’energia, la semplificazione, l’innovazione.

Ragionare in una prospettiva europea diventa allora imprescindibile per un Paese come l’Italia, che sarà chiamata tra pochi mesi a prendere la guida del semestre Ue e che allo stesso tempo dovrà dimostrare di saper rinnovare la propria politica. Per questo credo che l’appuntamento delle elezioni europee sia un’occasione unica per i partiti di ripensare la propria collocazione e l’intero sistema di rappresentanza. Di fronte a Matteo Renzi che porta il Pd nel Partito socialista europeo, eliminando dunque tante incomprensioni e contraddizioni che si era- no manifestate nei democratici, la risposta popolare non può farsi attendere: bisogna fare fin da subito, fin dalle europee di maggio, il Partito popolare europeo in Italia. E dobbiamo arrivarci con partiti rinnovati, forti perché costruiti sul territorio e non su leadership precostituite, con meccanismi decisionali realmente democratici e un pieno coinvolgimento dei giovani. Una nuova classe dirigente che sappia esprimere, già da queste europee, candidature coerenti e in grado di incidere.

È questo il senso della mia battaglia congressuale nell’Udc attraverso la mozione “#siamopronti per Cambiare”, che certamente non si esaurisce oggi. Con chi fare il Ppe in Italia? Non facciamo fatica a individuare i nostri compagni di viaggio: gli amici popolari con cui condividiamo i gruppi parlamentari e ovviamente l’Ncd di Angelino Alfano. Ma con noi devono esserci anche quelle tante donne e uomini presenti in Forza Italia che credono nei nostri stessi valori e rifiutano le derive populiste. La sfida dei popolari italiani parte dal 25 maggio: dobbiamo essere uniti per la vittoria più importante, perché far vincere i popolari significherà far trionfare l’Europa.